domenica 18 gennaio 2015

Un'officina di fabbro di fine '800

Adolfo Leghissa, nel suo "Trieste che passa", ci offre una descrizione vivissima di come era un'officina di un fabbro a fine '800:

... ritorno col pensiero al mio primo maestro di lavoro, in un villaggio del Friuli, un fabbro-ferraio, che era nello stesso tempo meccanico, maniscalco, carrozziere, bandaio, armaiolo e trivellaio, e che io, ragazzotto, aiutavo a fucinare ogni specie di oggetti. Mi ricordo il lungo lavoro e l'infinita pazienza che ci voleva per fare una grossa vite a dente quadro di quelle in uso nei freni dei veicoli.
Siccome non s'aveva sempre sottomano - e lo si faceva anche per economia - un pezzo di ferro di giusta misura, era necessario, con più pezzi, fucinare uno e batterlo a suon di mazza fino a ridurlo a quella forma cilindrica che doveva rappresentare l'anima del "maschio". Poi sempre a colpi di mazza allungare un'asticciola, a corpo rettangolare, che veniva attorcigliata a serpentello sul cilindro e quindi saldata a fuoco con una lega di rame e ottone. Ripuliti in seguito gli interstizi o solchi di quella dentatura il "maschio della vite era pronto.
Per la "femmina" si procedeva all'operazione contraria. Preparata una seconda asticciola, questa veniva fatta girare nei solchi del dente maschio adattandola a martello così da formare come un grosso cilindro compatto. Preparato quindi un cartoccio (canna) a pareti robuste, il corpo cilindrico veniva introdotto un po' a forza entro quella cavità e quindi - serrato il cartoccio nella morsa - si svitava con prudenza il "maschio" lasciando il "verme" (si chiamava così) aderente alle pareti della canna dove lo si saldava a fuoco. La vite - maschio e femmina - era così completa forte resistente, ma, come s'è visto, di paziente e non semplice fattura.
[...]
L'officina del mio antico padrone, caliginosa e oscura, poteva sembrare un antro d'alchimista o una bottega della magia, specialmente se il nostro "Ciucci", il gatto, avesse avuto il pelo nero e se i vomeri, le zappe e i ferri di cavallo appesi alla parete, si fossero potuti immaginare tanti pipistrelli imbalsamati.
Non c'erano macchine in quell'officina, non c'erano presse né stampi. Tutto doveva risolvere il martello e la mano dell'uomo. c'era un bel fuoco, e un gran mantice; un paio di incudini a corno lungo, alcune morse, un trapano a manovella, una collezione di tenaglie, un paio di madreviti, una serie di scalpelli e punteruoli, un barattolo dell'olio, una cassa di "saldame" (sabbia granulosa da gettarsi sul ferro quando lo si fucina, perché non bruci e non si disperda, specie nelle "bolliture" dei pezzi), una scatola di borace per le saldature a lega dolce, nonché una gran tinozza d'acqua per le tempere. Il resto degli ordigni erano le braccia, la volontà, l'occhio e l'esperienza.
[...]
Da quel modesto e rudimentale lavoratorio uscivano, in forma non levigata ma solida e spesso originale: carrozze, carri, aratri, zappe, badili, picconi, roncole, mannaie, coltelli, temperini, trincetti, rasoi, trivelle, viti, chiodi, chiodini, bullette da scarpa, serrature, forche e forcine, fibule, secchioni, bricchi, alari, lanterne, fanali, catene, ringhiere a fiorami, tripodi, macinini, ferri da stiro e tanti altri utensili di uso domestico e campagnolo. Si provvedeva alla ferratura di cavalli e bovi, alla riparazione delle trebbiatrici, delle pompe idrauliche, delle armi da caccia e perfino dell'orologio del campanile.


Fonte: Adolfo Leghissa, "Trieste che passa"